Quando il “niente” diventa una storia

Nella pratica professionale capita di frequente che le persone non riescano ad individuare e spiegare l’origine del loro malessere, e durante la raccolta dell’anamnesi affermano frasi del genere:

“Non mi è mai successo niente di particolare. Non ho traumi, non ho subito abusi. Non c’è nulla di cui lamentarmi… eppure sto male.

Mi sento vuoto, confuso, triste — e non capisco perché.”

In realtà quel “niente” era tutt’altro che niente.
Era la traccia invisibile della trascuratezza infantile — la storia di tutto ciò che non è accaduto, ma avrebbe dovuto accadere.

Tutte quelle esperienze di cura, sintonizzazione e presenza di cui ogni bambino ha bisogno per svilupparsi in modo sano.

In questi casi, l’obiettivo terapeutico – come insegna Ruth Kohn – è dare voce a ciò che non si vede, rendere visibile ciò che è rimasto invisibile.

La trascuratezza emotiva

Le conseguenze della trascuratezza infantile.

I fantasmi dell’invisibilità

Penso sempre a quanti bambini fantasma popolano la vita dei propri genitori, bambini invisibili mai davvero visti e mai davvero pensati.
Si comprende così la profonda solitudine e il dolore della trascuratezza emotiva: quando un bambino cresce fuori dal campo visivo, affettivo e mentale di chi dovrebbe accoglierlo.

C’è una frase che sento spesso dai figli della trascuratezza.

È quasi sempre accompagnata da un gesto sconsolato, un’alzata di spalle:

“Non so cosa fare. Non c’è niente che io possa fare.”

Dietro questa frase c’è l’impotenza di un bambino che non ha avuto nessuno a cui rivolgersi. Nessuna voce a cui chiedere aiuto. Nessuna presenza da invocare.

Lavorando con queste persone c’è la tentazione di proporre soluzioni.
Ma queste persone non cercano una soluzione. Cercano testimonianza. Cercano qualcuno che finalmente

veda la loro solitudine, che riconosca il dolore di essere stati soli troppo presto.

La risposta più utile, allora, non è “fare qualcosa”, ma stare con loro:

Quando si sentono visti — finalmente visti — si calmano.

La mente si riaccende. E spesso, da quella nuova calma,

nasce la loro stessa soluzione.

 

Le tre “P” della trascuratezza (di Ruth Kohn)

Le principali tre caratteristiche comuni nelle persone cresciute nella trascuratezza sono:

  1. Passività
  2. Procrastinazione
  3. Paralisi

Hanno difficoltà a iniziare e a portare a termine le cose, soprattutto nelle relazioni. I partner lo percepiscono come mancanza di impegno, ma in realtà è una difficoltà neurologica e relazionale profonda.

Il cervello del bambino trascurato è poco stimolato, “sottostimolato”.
Lo sviluppo del senso di iniziativa nasce dal dialogo costante tra il cervello del bambino e quello del genitore. Quando questo scambio manca, il cervello cresce lento, con difficoltà di attenzione, di motivazione e di fiducia nella propria efficacia.

E’ importante riconoscere la sofferenza del niente.

Perché “niente” non è niente.
È qualcosa che è mancato.
È l’assenza di calore, di contatto, di sguardi, di protezione.
E questa assenza plasma la mente e il corpo tanto quanto una ferita visibile.

Rendere visibile quel niente — dargli voce, spazio e dignità — è il primo passo verso la guarigione.